L'agricoltura sinergica si basa su quattro principi per realizzare la forma di agricoltura più in armonia con la natura e non inquinante.

1) Nessuna lavorazione del suolo, poiché la terra si lavora da sola attraverso la penetrazione delle radici e l’attività di microrganismi, insetti, lombrichi e altri piccoli animali

2) Nessun concime chimico né composto preparato, poiché il suolo lasciato a se stesso conserva e aumenta la propria fertilità

2) Nessun diserbo, perché le erbe indesiderate vanno solamente controllate ma non eliminate

4) Nessuna dipendenza dai prodotti chimici, poiché se la natura viene lasciata a se stessa resta in perfetto equilibrio.


L’agricoltura sinergica è un metodo di coltivazione rivoluzionario elaborato a partire dagli anni ’80 dall’agricoltrice spagnola Emilia Hazelip (1938-2003) adattando al clima mediterraneo i principi dell’agricoltura naturale estrapolati dall’agronomo giapponese Masanobu Fukuoka (1913-2008).

La stessa Emilia Hazelip ha definito l’agricoltura sinergica come “la forma di coltivazione più naturale tra quelle conosciute, perché lavora con le dinamiche di fertilità naturali del suolo. In sostanza ciò significa che il suolo migliora e poi mantiene la sua fertilità se un certo numero di piante vengono piantate densamente in esso e se si usa la pacciamatura per “imitare” lo strato di foglie e compost che si forma spontaneamente in natura".

Sin dagli anni ’30 del secolo scorso Fukuoka ha concretamente sperimentato e dimostrato che l’agricoltura può essere praticata rispettando la dinamica degli organismi viventi che si trovano naturalmente nel suolo in modo che le piante possano sintetizzare e convertire gli elementi ad esse necessari. L’agricoltura tradizionale crede invece che se una data quantità di elementi si trova in una pianta coltivata e raccolta, la stessa quantità di elementi dovrebbe essere reintrodotta nel suolo altrimenti quest’ultimo si impoverisce.

In sintesi, le piante sono accusate di sottrarre fertilità al suolo ma ricerche compiute da vari microbiologi a partire dagli anni ’70 hanno confermato quanto intuito da Fukuoka:

durante la vita di una pianta, fino al 25% dell’energia prodotta con la fotosintesi (sotto forma di composti di Carbonio fabbricati nelle foglie) viene da essa persa nel suolo sotto forma sia di essudati sia di cellule morte; questi composti sono fonte di energia per i microrganismi che proliferano nella rizosfera (il suolo a contatto con le radici) e che sono responsabili della mobilitazione di nutrienti dal suolo necessari per le piante . Mentre la terra fa crescere le piante, le piante creano suolo fertile attraverso i propri essudati radicali, i residui organici che lasciano e la loro attività chimica, insieme a microrganismi, batteri, funghi e lombrichi. Piante e microrganismi instaurano quindi interazioni reciprocamente vantaggiose. Purtroppo molte pratiche agricole tradizionali ostacolano queste interazioni causando dei problemi di approvvigionamento degli elementi necessari alle piante e aumentando l'incidenza di patologie. Per illustrare più in dettaglio le interazioni tra piante e microrganismi nella rizosfera, Emilia Hazelip ha utilizzato principalmente il lavoro pubblicato nel 1977 dal microbiologo australiano Alan Smith di cui si riporta di seguito uno stralcio della traduzione. " Come fa la pianta a trarre vantaggio dalla perdita di composti nel terreno vicino alle radici? Per la maggior parte, questi composti sono fonti di energia per i microrganismi che proliferano nella rizosfera. Questi microrganismi si moltiplicano così intensamente che vuotano d'ossigeno i moltissimi micrositi nella rizosfera. Così si sviluppano degli organismi anaerobici. Lo sviluppo di questi micrositi anaerobici ha una grande importanza per il mantenimento del vigore e della salute delle piante. La nostra ricerca mostra che l'etilene, un semplice composto gassoso, viene prodotto in questi micrositi anaerobici . Inoltre l'etilene funge da regolatore critico dell'attività dei microrganismi del suolo: agisce sull'intensità del rinnovamento della materia organica, sul riciclaggio dei nutrienti delle piante e interviene smorzando gli effetti delle malattie provenienti dal suolo. Le concentrazioni di etilene nell'atmosfera del suolo eccedono raramente una a due parti per milione. L'etilene non uccide i microrganismi del suolo, ma li rende inattivi temporaneamente. Quando le concentrazioni di etilene calano, l'attività microbica rinasce. L'etilene del suolo viene prodotto in quello che si chiama il ciclo Ossigeno – Etilene : inizialmente i microrganismi proliferano sugli essudati delle piante ed eliminano l'ossigeno dei micrositi del suolo. L'etilene viene prodotto dentro questi micrositi e diffuso intorno, rendendo inattivi i microrganismi del suolo senza ucciderli . Quando avviene ciò, la richiesta di ossigeno diminuisce, e questo riempie i micrositi bloccando o riducendo fortemente la produzione di etilene. Così i microrganismi possono riprendere la loro attività. Le condizioni favorevoli alla produzione di etilene sono quindi ricreate e il ciclo si ripete. Nell'atmosfera dei suoli imperturbati (non lavorati) come quelli delle praterie e delle foreste, l'etilene può essere continuamente rilevato, indicando come il ciclo Ossigeno – Etilene si produca efficacemente. Al contrario, le concentrazioni di etilene nei suoli agricoli sono estremamente deboli o addirittura nulle. Si può quindi constatare che l'etilene ha un ruolo importante sulla popolazione microbica del suolo. È ben dimostrato come negli ecosistemi naturali, dove esista un rinnovamento lento ed equilibrato della materia organica ed un riciclo efficace dei nutrimenti, le malattie provenienti dal suolo siano insignificanti. "